C’è un libro che svela e racconta nei minimi dettagli – con il piglio di un romanzo di grande respiro – la storia dei “vent’anni che cambiarono la Finanza” in Italia. Lo ha scritto un protagonista assoluto di quel periodo – gli anni Settanta e Ottanta – che segnò la rivoluzione nel mondo della Finanza con la diffusione dei fondi comuni d’investimento. Si chiama Daniele Bozzalla e la sua opera è ora nella cinquina finalista al Premio Letteratura d’Impresa 2025 per la sezione narrativa promosso da ItalyPost. Lo ha pubblicato Rubbettino nella collana “L’avventura dell’esperienza” diretta da Florindo Rubbettino e da me, primo libro della serie Gold di questa ormai avviata raccolta di di romanzi autobiografici e di memorialistica che propone in modo divulgativo ma professionalmente appropriato grandi storie del mondo del lavoro e dell’”impresa” umana. Il suo titolo è dunque “I vent’anni che cambiarono la finanza – Il “libro verità” sulla storia della Fideuram”.
Per presentarvelo ho due voci che meglio non si poteva: il grande Giovanni Palladino, che di Fideuram è stato un protagonista oltre che amico dell’autore, e lo stesso autore del volume. Palladino ci ha lasciati, a gennaio del 2024. Le sue parole hanno oggi un peso ancora più forte. Ora mi faccio da parte e lascio a loro la parola.
Questo libro parla di un “miracolo”. Quello compiuto soprattutto dalla rete dei Consulenti finanziari della Fideuram a favore del mercato italiano dei capitali. È una storia che inizia pochi anni dopo la fine di un altro miracolo, quello economico degli anni Cinquanta, nato in virtù della grande capacità di iniziativa delle piccole e medie imprese private, prima inesistenti in un Paese dominato dalle grandi imprese e dallo Stato (e per secoli dalla Chiesa) con una popolazione da sempre povera. Basti pensare che è solo nel 1963 che si inizia a parlare e a quantificare il risparmio delle famiglie italiane, perché prima non era mai esistito. Risparmio che, appunto, nasce grazie a quel “miracolo economico”.
Ma, all’inizio degli anni Sessanta, la Democrazia Cristiana apre il governo al Partito Socialista, che, per suoi naturali motivi ideologici, chie se di fare entrare nell’economia un forte Stato imprenditore e dirigista, mettendo molti ostacoli fra le ruote delle imprese private. Di qui l’inizio della fuga del prezioso risparmio italiano verso la Svizzera e verso società estere come la Investors Overseas Services, la quale colloca presso i nostri risparmiatori i fondi comuni d’investimento, servizio non vendibile in Italia per la mancanza di una legge nazionale che li regoli.
È così che nasce, nel 1968, la Fideuram, grazie alla Ios, proprio per evitare questa fuga illegale, con la creazione in Lussemburgo del fondo comune Fonditalia. Il successo fu subito notevole. Ma nel maggio del 1970 la Ios entrò in una crisi di fiducia e crollò. Tranne la Fideuram, grazie all’intervento dell’Istituto Mobiliare Italiano che la comprò. Fu l’investimento di maggiore successo fatto da una banca italiana. Ma come si è arrivati a tanto? Grazie alla vittoria di una battaglia culturale contro la politica economica statalista dei governi dell’Italia di allora. Per tutti gli anni Settanta, il mercato dei capitali fu in effetti un mercato monetario in mano alle banche, gran parte delle quali erano di proprietà dello Stato. Le quotazioni dei titoli azionari raggiunsero i minimi storici, le imprese erano povere di capitale di rischio e ricche di debito fornito dalle banche. In questo clima, la Fideuram, che puntava allo sviluppo dei capitali produttivi, non poteva vivere bene.
Di qui partì la sua battaglia culturale con il tentativo di fare approvare dal Parlamento una legge nazionale sui fondi comuni d’investimento. Fu vinta il 19 marzo 1983, dopo avere sconfitto il tentativo del Ministro delle Finanze, il socialista Rino Formica, di inserire nella legge un regime fiscale penalizzante, che avrebbe fatto morire i fondi comuni sin dalla loro nascita. Nel 1983 il risparmio gestito dai fondi comuni lussemburghesi colloca ti in Italia era pari allo 0,7% dei depositi bancari. Oggi (2023) il risparmio finanziario dei fondi italiani è pari al 153% dei depositi bancari (2300 miliardi su 1500 miliardi) e, tramite i Piani Individuali di Risparmio (i Pir), gli ultimi governi vogliono finalmente dare incentivi fiscali alle pic cole e medie imprese per l’aumento del capitale di rischio. E invitano gli investitori esteri a venire in Italia. Così da molti anni ormai il nostro mercato dei capitali non è più dominato dalle obbligazioni e dai prestiti bancari. Vi sono più capitali produttivi per le imprese e per le famiglie. E lo sviluppo dei fondi pensione privati integrativi, per la cui approvazione la Fideuram si batté a suo tempo, auspicando incentivi fiscali, è sempre all’attenzione del governo per ovviare all’inevitabile crisi dell’Inps. Non vivrai di solo Inps è il messaggio che viene dato ai giovani e meno giovani italiani. Tutto questo è stato reso possibile dalla battaglia culturale vinta dalla Fideuram negli anni Settanta e Ottanta.
Giovanni Palladino
E ora la parola all’autore. In trepida attesa per l’appuntamento dell’8 novembre quando al Festival Città Impresa a Bergamo saranno decretati i vincitori delle due sezioni del Premio, saggistica e narrativa.
Sono nato nel 1944 e quindi sono ai tempi supplementari. Tuttavia proprio per questo ho deciso di scrivere un libro che racconta una storia che, così come ve la propongo, nessuno ha mai raccontato. Mi rendo conto che non essendo un famoso scrittore non ho molte speranze di attrarre dei lettori, ma ho un asso nella manica: sono fra i pochi che hanno vissuto ogni singolo giorno di quei vent’anni che hanno cambiato l’Italia della Finanza, lavorando accanto ai principali protagonisti di quell’epoca.
Sto parlando di un periodo in cui sono successe cose che hanno aiutato il nostro Paese a decollare verso traguardi che ci hanno permesso di tornare fra i primi della classe. E il merito fu di alcune persone che ormai quasi più nessuno ricorda. Insieme a loro ho vissuto quegli anni (gli ultimi dei Sessanta e poi i Settanta e gli Ottanta) conquistando un mio spazio, cosa che mi permette di affermare di esser stato della partita e di aver dato anch’io un piccolo contributo a quella che fu un’incredibile rivoluzione. In quei vent’anni, infatti, la finanza italiana cambiò totalmente – fu una rivoluzione a 360 gradi per decollare su nuovi orizzonti – e il merito, specie nel primo decennio, non fu di qualche “salotto buono” e della maggior parte dei protagonisti della finanza paludata di allora, bensì di un’armata Brancaleone che sfidò e superò ogni sorta di ostacoli per portare, anche in Italia, l’America. L’ho definita “armata Brancaleone” perché, quando c’è da combattere battaglie molto difficili e con scarse prospettive di guadagno, i volontari sono sempre pochi, ma in genere animati da una fede tale da rasentare l’incoscienza. Comunque Mario Monicelli e il suo film forse non sono l’immagine perfetta di ciò che intendo dire perché non ci presentavamo affatto stracciati, ma eleganti, in giacca e cravatta. Forse più di oggi. Non a caso, però, con la crisi dei mercati azionari degli anni Settanta, i bancari, che erano gli unici ad avere cultura e dimestichezza con i problemi del risparmio, si guardavano bene dal mettersi in gioco, tranne rarissime eccezioni. D’altra parte, in quel tipo di mercato, servivano imprenditori in pectore, molto determinati, non persone abituate a un buon stipendio fisso.
Ho fatto parte di questa piccola armata fin dalla sua nascita e racconterò quello che abbiamo vissuto cercando di non annoiarvi troppo con discorsi complicati riservati agli addetti ai lavori. Di fenomeni non ne ho conosciuti, in compenso tante piccole azioni terra terra han cambiato il mondo. Questa è proprio la storia di pochi che riuscirono a cambiare tutto e cercherò di raccontarla in modo che sia comprensibile anche a chi non si è mai interessato di finanza. Infatti solo apparentemente potrebbe essere materia esclusiva per i Consulenti finanziari. In realtà questa storia è dedicata anche agli investitori, anzi, ai risparmiatori. Infatti se salute e soldi sono fra le cose più importanti per ogni essere umano, allora può valere la pena conoscere quello che avvenne in quei vent’anni nel nostro Paese e sapere come funziona il mondo dei Consulenti finanziari, visto dal suo interno. Potrei sbagliare, ma, in questo modo, credo che nessuno lo abbia mai raccontato. Non ho inserito note esplicative, oggi c’è il web per chi vuole approfondire. Quando la Fideuram nacque, nell’autunno del 1968, avevo appena compiuto ventiquattro anni e già sei mesi di attività alle spalle come Promotore finanziario: ero un salesman della Ios, la Investors Overseas Services, che la tenne a battesimo. Posso quindi descrivere quei fatti che videro svilupparsi un mercato che non esisteva nel nostro Paese: quello dei Fondi d’investimento, del Risparmio gestito, della Consulenza finanziaria, dei suoi Strumenti e delle sue Regole. Vorrei farvelo conoscere come l’ho vissuto giorno per giorno, e magari rivelare cose inedite, anche piccole o piccolissime – qualcuna, forse, assai naif –, ma almeno non troppo noiose per chi non è del mestiere. Questa, infatti, non vuole essere la solita serissima strenna aziendale a uso di soprammobile, ma il racconto di una storia di battaglie, di sconfitte e di vittorie in cui un protagonista di secondo livello narra la sua esperienza all’interno di cose più grandi di lui, vicino a personaggi più grandi di lui. Ma che ha lasciato qualche segno pure lui.
Negli anni Cinquanta, il “mare” della finanza italiana era stato abbastanza tranquillo. La stabilità monetaria sembrava procedere senza problemi e nel 1959 la lira si era persino guadagnata l’Oscar delle valute. Ma la Borsa e la Finanza in generale stavano per diventare preda unicamente della speculazione e i risparmiatori veri latitavano. E allora proviamo a rivivere quei tempi, partendo innanzitutto dalla Investors Overseas Services perché la svolta è iniziata “con e grazie” a Bernard Cornfeld, che la fondò, e per comprendere che cosa successe in Italia dalla metà degli anni Sessanta in poi bisogna conoscere la sua storia. Fortunatamente qualcuno, più di cinquant’anni fa, l’ha scritta. L’ho studiata e, in parte, l’ho vissuta e resa mia. Cercherò di riproporla in forma semplice e molto sintetica nella prima delle due sezioni in cui è diviso questo libro. Certamente leggerete un saggio, ma poiché ” non sono un robot” ve lo racconto in prima persona e – volutamente – vi propongo un poco di autobiografia. Per garantirgli un’anima.
Daniele Bozzalla