Il libro su PROGETTO ARCA – QUANDO il protagonista è in STRADA

Non mi era mai successo di presentare un mio libro con una coreografia così vera, non fittizia o teatrale, a fare da sfondo all’evento. Parlo del povero senza dimora che ha dormito sotto una coperta e su cartoni a fare da letto davanti al Mondadori Piazza Duomo a Milano lo scorso 23 gennaio (è ritratto nella foto di copertina di questo articolo) mentre con il mio amico Giuseppe Frangi – dentro il meraviglioso store – presentavamo “Sulle strade del cambiamento – Osservare, rispondere, prendersi cura: la storia di Progetto Arca” il libro che racconta la lunga e articolata storia di Fondazione Progetto Arca. Un libro scritto a quattro mani, le mani di Laura Nurzia, vicepresidente della Fondazione, e le mie.

Alla mia sinistra Giuseppe Frangi

Nell’arco di tre decenni la fondazione ha offerto interventi di accoglienza e prossimità a Milano e in tutto il Paese. Il libro è un romanzo pieno di volti, di storie, di povertà, di riscatti, di vicinanza all’altro. “Per dare un titolo a questa lunga storia” ha scritto Laura Nurzia nella Prefazione “non avrei potuto escludere la parola ‘cambiamento’. Progetto Arca è nata per portare cambiamento alla vita delle tante persone che incontra e nel farlo, continuamente, cambia.” Alla presentazione del libro, di cui vedete in questa pagina una serie di fotografie, ha partecipato un folto gruppo di operatori e volontari e, tra loro, anche il presidente e fondatore di Progetto Arca, Alberto Sinigallia.

Alberto Sinigallia, presidente di Fondazione Progetto Arca

Durante questo inverno molti hanno potuto notare i volontari con le loro pettorine bianche e con le scritte blu accudire e aiutare i senza dimora sempre più presenti nelle nostre città. Il sito della fondazione parla in questo modo del fenomeno:

Se da una parte non disponiamo ancora di una fotografia completa di un fenomeno drammatico al di là dei numeri, dall’altra possiamo contare sullo sguardo di chi quel ‘mondo a parte’, che a parte non è, lo conosce da vicino e se ne prende cura ogni giorno: operatori e volontari di Progetto Arca.

Mouhib, storico operatore dell’Unità di strada di Milano, conosce talmente bene la ‘città dei senza dimora’ da poterti dire in anticipo chi incontrerà in una certa piazza o nell’androne di un palazzo. Conosce tutti per nome e tanti li ha salvati dalla strada, agganciandoli ai servizi di accoglienza di Progetto Arca o accompagnandoli al Piccolo Rifugio, il ricovero notturno emergenziale dove, tutto l’anno e con maggiore intensità nei mesi invernali, offriamo riparo e assistenza a chi non potrebbe sopportare un’altra notte all’addiaccio.

A Napoli, a bordo della nostra Cucina mobile, Marika guarda negli occhi una ad una le persone che si avvicinano per un pasto caldo. Spiega:

La perdita del lavoro e di una casa segnano spesso l’inizio della discesa ma è quando viene a mancare un salvagente di relazioni che una vita precipita.

Anche a Roma, con l’abbassarsi delle temperature, abbiamo avviato la distribuzione di coperte, sacchi a pelo e kit di protezione contro il freddo. Laura, che coordina il gruppo dei volontari nella zona di San Pietro, sottolinea che se il gelo miete vittime, la solitudine è la vera condanna quotidiana: “la maggior parte delle persone che incontriamo non ha più contatti con la famiglia, e spesso neppure i parenti stretti sanno che vivono in strada”.

È in quel vuoto di mezzi, prospettive e relazioni che interveniamo noi, con un lavoro fatto di vicinanza, ascolto partecipe, presenza costante e risposta concreta ai bisogni, che sono tanti e diversi.
Ogni notte, con le nostre Cucine mobili e Unità di strada, raggiungiamo centinaia di persone senzatetto lungo le strade di Milano, Torino, Padova, Roma, Napoli e Bari. In un anno abbiamo servito oltre 336mila pasti caldi, il Piccolo Rifugio ha accolto più di 2.800 persone dalla sua apertura nel 2018 e sono ormai 158 gli appartamenti dove costruiamo percorsi per uscire da esclusione e povertà.

Tutti insieme questi servizi non sarebbero quello che sono senza Mouhib, Marika, Laura e senza gli operatori e i volontari che fanno di Progetto Arca un punto di riferimento per le comunità e per le persone. Le statistiche lasciano ancora indietro migliaia di uomini e donne in difficoltà. Che nessuno resti fuori come fosse un mondo a parte, è il nostro impegno.

Sulle vie del cambiamento in vetrina a Mondadori Piazza Duomo a Milano

C’è anche un modo per sostenere questa opera tra i poveri delle nostre città: facendo una donazione, che ognuno può fare aprendo questa pagina:

https://dona.progettoarca.org/strada25/~mia-donazione?ns_ira_cr_arg=IyMjIyMjIyMjIyMjIyMjIyMjIyMjIyMjIyMjIyMjIyOV%2FGbXr%2B6LanLMos7nzeFSDDLL0IpvRCv97JLDbxr7OzK8bg7X9c5P5rhRRQwFeJHVvECUUDMs7L3YzBQkvO0jAatqIoN5DdGxkX%2FIqYacnAvismwU3Y2TcGVxTXTyfhNJcN7%2BcGV32FOltIwjpMed4FuOmvhw21qjizh6hlBMr3TDMW8aNsafSK265d4YEso5t6MpXPbzOUsUblkylzpw&utm_source=progettoarca.org&utm_medium=referral&utm_campaign=strada2025&utm_term=news&_cv=1

L’opera di Progetto Arca non è semplicemente assistere. Mi viene da dire che il suo lavoro vero sia nell’elevare la dignità di queste persone, dopo il “primo aiuto”. Nel libro è raccontata una storia esemplare. E’ quella di Attila. La propongo qui alla vostra lettura.

«Mi chiamo Attila». I volontari dell’unità di strada di Pro getto Arca, in giro per Milano, erano riusciti a cavargli di bocca solo quella frase. Scoprirono così la sua identità solo dopo averlo incontrato, per diverse notti, nello stesso posto, a bordo della sua Apecar, la sua casa. Da dietro i finestrini sporchi, lui li aveva notati avvicinarsi con l’occhio vigile che deve sempre avere chi vive e dorme per strada, ma non aveva provato diffidenza. Era novembre 2018. Gli operatori di strada iniziarono subito a prendersi cura di lui, segnalando i passi di relazione guadagnati, notte dopo notte, nel sistema informativo, coordinato da Progetto Arca. Il portale collegava tutte le “Unità di Strada” milanesi. Questo avrebbe permesso ai volontari della serata successiva, anche se appartenenti a un ente diverso, di ricominciare l’intervento esattamente da dove i primi avevano salutato Attila. Era di vitale importanza compiere azioni integrate, una consequenziale all’altra. Perdere tempo avrebbe messo a rischio la vita di Attila e, come lui, delle tante persone in strada alle quali ci si poteva avvicinare solo gradualmente. Era importante, infatti, non commettere passi falsi e inspessire il velo di fiducia conquistata dai colleghi della notte prima. Il sistema informativo era quel “TuttixTe” che Progetto Arca aveva proposto al Comune di Milano per creare una fruttuosa ragnatela di informazioni capillari e tempestive. Era questo che serviva a chi si trovava in difficoltà all’addiaccio. Mohamed se ne curava giornalmente, formava i volontari in rete e provvedeva alle implementazioni per rendere il sistema sempre più rispondente alle necessità delle quaranta “Unità di strada” milanesi. Così, anche l’operatore che lo incontrava per la prima volta, sapeva che Attila aveva 63 anni, era di origine ungherese e aveva girato mezza Europa a bordo della sua Apecar. Il mezzo, dopo anni di onorato servizio, aveva detto «basta», lasciandolo definitivamente a piedi. Anche Romana, la sua cagnolina, era morta da poco e lui si trovava solo, seduto notte e giorno, dentro all’Apecar, ormai privo della voglia di vivere. Ogni sera le “Unità di strada” misero un tassello al puzzle della sua cura annotando l’accaduto su “TuttixTe”. Così il portale registrò chi lo aveva avvicinato la prima volta rimanendo stordito dalle sue urla, chi gli aveva portato un pasto caldo, chi una giacca pulita e senza buchi. Ogni passo fu un avanzamento graduale, condiviso con tutti i volontari di Milano che alla strada dedicavano almeno una sera alla settimana. Chi lo iscrisse al Servizio Sanitario nazionale per l’accesso al medico di base fu particolarmente soddisfatto. Il successivo passaggio di testimone sarebbe bastato per andarlo a prendere una mattina e portarlo dal dottore. Per anni il sedile dell’Apecar aveva fatto da letto ad Attila e ora, dopo aver dormito per troppo tempo scomodamente seduto anziché sdraiato, accusava problemi di circolazione sanguigna, gonfiore a gambe e piedi, un’ulcera che non gli permetteva più di camminare. Il combattente doveva cedere le armi e affidarsi… In quel tam-tam di passaggi di consegna sul “TuttixTe”, finalmente arrivò il giorno della resa. Dopo una visita medica e le prescrizioni di cure farmacologiche era il tempo di uscire dall’abitacolo dell’Apecar. Per Attila, però, non fu possibile la soluzione del centro di accoglienza. L’abitudine a stare in un luogo ristretto in solitudine non gli permise di accettare la convivenza con altri uomini come lui. Sarebbe stato troppo rischioso perderlo a questo punto del cammino, quindi, dai servizi sociali venne una proposta: un appartamento tutto suo nella formula dell’Housing first, naturalmente di Progetto Arca. Attila accolse la proposta con circospezione. Gabriella Fulginiti, educatrice impegnata dei progetti di housing, gli si sedette davanti, occhi negli occhi come un mare calmo all’alba: «Come posso essere capace di gestire una casa tutta mia se per 26 anni mi è bastata l’Apecar per contenere tutto il mio mondo?» Gabriella lo comprendeva bene. «Quello non era il tuo mondo, Attila, era una riduzione di esso, il segno di un desiderio silente di qualcosa di più. Riesci a distinguere la differenza tra l’abitudine e la verità delle cose?» L’uomo, colpito da tanta saggezza, fece segno di «sì» con la testa. Sentiva di poter contare su qualcuno che stava allargando il perimetro chiuso delle sue aspirazioni. Improvvisamente esse trovarono un varco, si aprì una porta nella sua mente e con essa anche quella della sua nuova casa, al fianco di Gabriella. Quel tardo pomeriggio, l’educatrice, divertita dalle domande ingenue dell’uomo su come usare il frigorifero e su come lavare i piatti, entrò nel sistema “TuttixTe”. Lì scrisse quell’ultimo, commovente messaggio: «oggi abbiamo dato una casa ad Attila; la nota conclusiva di questo file è la prima della sua nuova vita.»